Le classificazioni della musica sono ancora condizionate da pregiudizi e ignoranza. Il giudice assoluto, imparziale ed implacabile, si chiama “tempo”
Quanto vale una melodia? Come si stila la classifica delle sinfonie o delle canzoni? Chi stabilisce il successo di un tema vocale o strumentale? Il giudice assoluto, imparziale ed implacabile, si chiama “tempo”. Solo le composizioni che resistono alle sabbie della clessidra della Storia diventano patrimonio di ogni uomo, al di là delle epoche, dei generi e dei musicisti.
Vi racconterò tre brevissime storie. Un anonimo, nel 1600, compose una linea melodica in modo minore e ritmo ternario; trecentocinquant’anni dopo, un famoso chitarrista, Narciso Yepes, rielaborò quel tema che, col titolo di “Giochi proibiti”, divenne una colonna sonora di successo planetario. Johann Sebastian Bach, scrive il mio maestro Carlo Delfrati, nella prima metà del XVIII secolo trasformò una vecchia canzone in ritmo ternario di H.L. Hassler, “L’amica mia”, nel corale luterano in ritmo quaternario “Quando un giorno”, appartenente alla sua “Passione secondo S. Matteo”; la stessa melodia, abbinata ad un nuovo testo (“contrafactum”) intitolato “Signore, dolce volto”, viene eseguito ancora oggi nelle chiese cattoliche. Ho scoperto che, nel 1500, un compositore sconosciuto scrisse una danza per cromormo; nel 1977, il celebre cantautore Angelo Branduardi ha trasformato quella linea melodica nel “Ballo in fa diesis minore”, utilizzando lo strumento caratteristico della cultura musicale della Sardegna, le “launeddas”, suonate dal virtuoso Luigi Lai, e l’energia del “Ballu tundu” che trionfa sulla “Danza macabra” della morte.
E le melodie di origine popolare? Sono “inferiori” ai nobili temi dei grandi compositori consacrati dalla Storia della Musica? Ritengo sufficiente un solo esempio: la “Marcia funebre” contenuta nella Prima Sinfonia di Gustav Mahler. La linea melodica non è altro che il famosissimo “Fra’ Martino” rielaborata in modo minore! Ma il fraticello era solo dormiglione, forse un po’ pigro, ma non triste… L’uso del codice musicale, da parte di un compositore “preparato”, può produrre simili effetti. Raccontano le cronache dell’epoca che i musicisti presenti in sala si alzarono e se ne andarono. È il destino dei precursori. Oggi, di fronte alla marea montante di immondizia pseudomusicale, veicolata quotidianamente attraverso media e social network, la strada maestra permane la stessa: curare la preparazione musicale delle nuove generazioni, ogni giorno, con la passione di chi crede che solo un mondo popolato di persone istruite possa essere un mondo migliore. Non esiste la dicotomia tra melodie popolari o melodie colte; la vera differenza, sostanziale, è tra la musica scritta bene e quella scritta male. Ancora una volta, per comporre opere di qualità, e il principio risulta quanto mai valido per tanti ambiti extramusicali, basterebbe utilizzare cinque note: LA, SI, FA, FA, RE… a chi la sa fare!
