Il modello potrebbe essere rappresentato da quanto proposto dal Gruppo di supporto tecnico-scientifico per la “Riforma Milia” delle Scuole civiche di musica dell’isola

 
Le “calate” dei professori siciliani e continentali degli anni ‘70 sono rimaste nella memoria degli alunni delle scuole di Sardegna. Alcuni erano insegnanti bravi e preparati, altri sprezzanti nei confronti di noi sardi, una parte con problemi sintattico-grammaticali nell’espressione orale (non si capiva cosa dicessero in un italiano “risciacquato”, per esempio, in Etna o Vesuvio…). Per limitare il campo alla mia classe di concorso, abbiamo conosciuto professori di musica titolati, e con punteggi altissimi, che non sapevano suonare lo strumento indicato nel diploma; è probabile che colleghe e colleghi di altri ambiti disciplinari possano aver vissuto esperienze simili. Nella futura legge sulla scuola sarda, attualmente in fase di preparazione, ritengo sia indispensabile fissare alcuni paletti: dato che siamo la regione abitata dalla minoranza linguistica più numerosa d’Italia, per insegnare in Sardegna si richieda ai docenti provenienti dalle altre regioni la conoscenza della lingua e della cultura sarda. Naturalmente, il termine “cultura” andrebbe declinato nel rispetto delle specificità delle diverse discipline, dalla letteratura alla storia sarda, dall’arte alla musica, etc.
Il modello potrebbe essere rappresentato da quanto proposto dal Gruppo di supporto tecnico-scientifico per la “Riforma Milia” delle Scuole civiche di musica della Sardegna, del quale ho avuto l’onore di far parte. Oggi, per poter dirigere una Scuola civica nella nostra regione o per insegnare in una di esse, è prescritta la presentazione di una programmazione incardinata sulla lingua, la cultura e la musica della nostra Isola. Le ricadute culturali, sociali ed occupazionali di tale scelta sono molteplici: i colleghi musicisti non sardi che scelgono di lavorare nelle Scuole civiche dei nostri paesi e delle nostre città rispettano le nostre peculiarità perché le hanno studiate e quindi le conoscono, si relazionano positivamente con gli studenti grazie alla comprensione della lingua sarda (intesa in tutte le sue varietà), interagiscono con i corsisti della Gallura o del Campidano alla luce delle loro specificità sociali, culturali e musicali. In termini occupazionali, nelle Scuola civiche della Sardegna è diminuito drasticamente il numero degli aspiranti professori provenienti da oltre Tirreno a vantaggio dei giovani insegnanti sardi; tale numero, al contrario, cresce negli indirizzi musicali della scuola pubblica, con ricadute negative sul futuro lavorativo dei giovani laureati dei Conservatori di Sassari e Cagliari. Se la futura legge sulla scuola sarda non intervenisse su queste problematiche, parafrasando l’Inno della Regione Autonoma della Sardegna, ci sarebbe da mangiarsi le mani…
Antonio Deiara

Antonio Deiara